Satira

Finché sei sui carri del Carnevale di Viareggio conti qualcosa. Quando anche i maestri carristi ti snobbano, vuol dire che la tua carriera politica è agli sgoccioli. Giulio Andreotti lo aveva capito benissimo. Per questo in una delle sue visite nella città del Carnevale chiese se veniva ancora caricaturato in cartapesta. E in effetti lui è stato tra i personaggi della politica italiana più bersagliati dalla satira viareggina. A contendergli lo scettro delle comparsate sui carri e sulle mascherate solo Silvio Berlusconi che, da quando è sceso in politica, è stato raffigurato in tutte le salse: Grande fratello, mina vagante, Pinocchio, tirannosauro rex e persino santo. Un gradino più in basso, quanto a apparizioni in cartapesta, Bettino Craxi, Giovanni Spadolini, Enrico Berlinguer. Si perché la classe politica che ha fatto la storia dell'Italia del dopoguerra, al Carnevale di Viareggio c'è stata tutta. Ed ora sfogliare bozzetti e foto dei carri che furono, dagli anni Sessanta ad oggi, è un po' come sfogliare un libro di storia contemporanea. Il Carnevale di Viareggio ha saputo interpretare e leggere gli avvenimenti politici del Palazzo con gli occhi critici dei maestri carristi, trasformando la sua satira in una notizia, spesso in grado di far parlare della manifestazione sui giornali e in tv.

Le origini

Eppure la satira politica irrompe sui carri relativamente tardi. Il debutto delle prima caricature risale solo al 1960, quando il Carnevale a Viareggio era già iniziato da 87 anni. La scoperta di questa vena graffiante la si deve a Silvano Avanzini che nel 1960 portò sul suo carro i leader della scena internazionale del momento, sapientemente caricaturati. A fare da sfondo un sornione Re Carnevale. Era "Carnevale al vertice", primo premio di quell'anno. Dopo quell'allegoria diretta e forte: via allo sberleffo. Prima del 1960 non è che i carristi non le mandassero a dire alla politica. Già nel 1874, una maschera interpretò l'insofferenza verso le tasse prendendo di mira un esattore di Camaiore. Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento i carristi ridicolizzarono l'alleanza italo francese e le guerre coloniali in Africa. Nel 1921 il carro "La trappola e i topi" subì una censura preventiva in sede di presentazione del bozzetto. Alla satira, che prendeva di mira i topi-deputati, scacciati dagli scranni del Parlamento da gatti neri, furono mozzati gli artigli. Nel ventennio fascista la satira venne evitata. I costruttori optarono per soggetti più di evasione e di fantasia. Solo una canzonetta riuscì a sfuggire al controllo del regime. Venne composta per il carro "Circo equestre" realizzato per  il Carnevale 1924 da Guido Baroni. Nel testo del ritornello si ripeteva più volte: "... è inutile picchiare se il ciuco non vuole andare". L'allusione era chiaramente all'uso del manganello sul proletariato, rappresentato dal ciuco. 

Anni Cinquanta

La fine del ventennio fascista, però, non coincise con la ripresa della satira politica. Per tutti gli anni Quaranta e Cinquanta non ci furono carri di satira politica, ma solo di pura evasione, senza alcun intento satirico. Sono gli anni della trasformazione dell'Italia da nazione tradizionalmente agricola a uno dei paesi più industrializzati; gli anni del miracolo economico. Si diffondono le riviste femminili, i rotocalchi, i juke-box, la sale da ballo, i cinema, ma soprattutto la televisione. Di tutto questo clima ne ha risentito anche il Carnevale, che diventa occasione di divertimento, non di ammonimento. I carristi realizzano carri di fantasia, che celebravano il mondo degli animali, che inneggiavano alla festa e tralasciano ogni allusione alla situazione nazionale o internazionale. Il Carnevale di Viareggio racconta del cosmo, della bellezza della primavera, del viaggiatore Gulliver, degli indiani come il carro "Toro seduto" primo premio di Sergio Baroni nel 1958. 

Carri graffianti

E' con il carro di Silvano Avanzini, "Carnevale al vertice", premiato dalla giuria, che la politica irrompe su ogni tipologia di costruzione. Ne è la prova il soggetto del complesso mascherato di Arnaldo Galli dal titolo "Mercato comune" in cui Fanfani svende i disoccupati (1961). L'avanzata della satira politica, tuttavia, non fu pacifica e la televisione di Stato, nella telecronaca del corso mascherato in diretta, ignorò numerose costruzioni "irriverenti". Per limitare la satira si intervenne in due modi: da un lato con un controllo preventivo dei bozzetti, dall'altro ideando dei corsi mascherati a soggetto, come avvenne nel 1964. Esperimento che durò pochissimo. E così tra censura preventiva, al momento della presentazione dei bozzetti, e censura successiva, al momento della sfilata e delle riprese della televisione di Stato, il Carnevale trovò un altro fronte per far parlare di sé. Tra i carri che più hanno fatto discutere sono emblematici il Fanfani chioccia, dalla cui covata nasce un pulcino nero (1974) o il Giovanni Agnelli imperatore con i senatori suoi sottoposti in "Fiat volontà tua" (1980). Come non citare il Craxi Superman di "Il Sol dell'Avvenire" (1983) o lo Spadolini nudo che faceva pipì sul pubblico (1986). Fino ad arrivare alla morte della Balena bianca, la Dc, (1994) di Verlanti e Lazzarini. Sul carro appare per la prima volta Silvio Berlusconi come mina vagante. Solo l'anno prima tutta la vecchia classe politica era raffigurata come tanti vampiri intenti a succhiare il sangue ad un emaciato contribuente. Mentre due anni dopo la nuova Seconda Repubblica affiora da un grande gabinetto, in mezzo ad una coltre di rumorosi sederi femminili. Ma il Carnevale deve stare al passo con i tempi e spesso inseguire la notizia. Come nel 2014 quando la caduta del governo Letta e l’arrivo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi ha costretto più di un costruttore ad intervenire in corso d’opera.